DICE MONTALBANO. Monte d'Accoddi, in Sardegna l'unica ziqqurat dell'intero Occidente

Monte d’Accoddi

Monte d’Accoddi è uno dei siti archeologici più straordinari e misteriosi della Sardegna, un complesso della prima età del Rame che ospitava un santuario e un villaggio, che non trovano riscontri in Europa né nell’intero bacino del Mediterraneo. La scoperta del sito risale ai primi anni Cinquanta del Novecento, nell’ambito di un programma di ricerca promosso dalla neonata Regione Autonoma della Sardegna, finalizzato non solo al rilancio delle attività archeologiche, sospese a causa delle vicende belliche, ma anche alla creazione di opportunità occupazionali in un’isola che stentava a riprendersi dal dopoguerra.
Nel contesto di questo progetto, venne scelto di aprire cantieri archeologici in diverse località, con particolare attenzione al sud dell’isola. Tra i luoghi prescelti, spiccavano il sito nuragico di Barumini e la città punico-romana di Nora. Un altro intervento, tuttavia, sarebbe stato destinato a un sito nel nord dell’isola, individuato dal politico e studioso Antonio Segni, allora ministro della Pubblica Istruzione e futuro presidente della Repubblica. Segni, con la sua passione per l’archeologia, aveva convinto le autorità competenti ad avviare scavi in un’area vicino alla sua proprietà, dove sorgeva una collinetta che sembrava nascondere una struttura di interesse archeologico. Il professore, convinto che si trattasse di un tumulo etrusco, aveva spinto per un’indagine archeologica su quella che in seguito si sarebbe rivelata una scoperta rivoluzionaria.

Gli scavi di Ercole Contu

La scelta di chiamare un archeologo esperto dall’esterno per indagare sul sito, nonostante le difficoltà logistiche del periodo, portò alla partecipazione di Ercole Contu, un giovane archeologo sardo che prestava servizio presso la Soprintendenza Archeologica di Bologna. Contu, inizialmente scettico sulla reale importanza della collinetta, che immaginava fosse un semplice nuraghe o qualcosa di simile, scoprì ben presto che la sua intuizione era errata. Gli scavi, infatti, portarono alla luce un monumento preistorico unico, ben più antico dei nuraghi e di una tipologia mai vista prima in Sardegna o in altre parti del Mediterraneo.
Monte d’Accoddi, con il suo monumento principale, un altare a terrazza a forma di ziggurat, ha rivelato un’architettura preistorica che non trova riscontri nel panorama del megalitismo occidentale. La struttura si compone di una piattaforma tronco-piramidale, che in passato doveva essere coperta di terra e pietrame, costruita mediante un sistema ingegnoso di murature a “cassoni” in pietra. Il monumento, che si eleva a circa 7 metri dal piano di campagna, è preceduto da una lunga rampa che ne collega la base alla cima. Nonostante gli scavi del sito siano stati interrotti più volte nel corso dei decenni, e nonostante la guerra abbia provocato danni irreparabili agli strati superiori del monumento, le indagini hanno consentito di recuperare una gran quantità di dati significativi, svelando un monumento che, purtroppo, aveva subito danni irreversibili durante gli anni dell’occupazione militare.

Gli scavi di Santo Tinè

Le fasi scavi si sono sviluppate in due periodi distinti, tra il 1952 e il 1958, sotto la direzione di Ercole Contu, e successivamente, tra il 1979 e il 1989, con gli scavi ripresi da Santo Tinè dell’Università di Genova. I nuovi scavi di Tinè hanno contribuito a chiarire ulteriormente la funzione del monumento, confermando che si trattava di un luogo di culto, già ipotizzato da Contu, e rivelando l’esistenza di una serie di fasi costruttive che avevano interessato il sito. In particolare, Tinè scoprì che l’altare di Monte d’Accoddi non solo era stato preceduto da una struttura simile, ma che la costruzione del monumento attuale aveva inglobato il precedente edificio, rifasciandolo e ingrandendolo.
L’altare a terrazza, che raggiunge una base di 40 x 30 m, era costruito con grossi blocchi poliedrici di calcare disposti in modo irregolare. La rampa che conduce alla terrazza, lunga 42 m e larga fino a 14 m, fungeva da piano inclinato per la costruzione del monumento e aveva un forte significato simbolico, indicando forse un ascesa verso la divinità. La struttura era anche dotata di un sacello che, in una fase successiva, venne arricchito da dipinti e intonaci rossi, elemento che ha conferito al sito la denominazione di “Tempio Rosso”.
Le scoperte continue nel corso degli scavi hanno svelato numerosi reperti culturali, tra cui statuette femminili in pietra, strumenti litici, e materiali di vario tipo legati al culto, che indicano un uso del sito che si estendeva ben oltre l’architettura monumentale.

Un tempio frequentato da 6 mila anni

Il santuario di Monte d’Accoddi era quindi al centro di un villaggio, la cui estensione è stata solo parzialmente indagata. Le capanne e i villaggi circostanti erano disposti in un’area che si estendeva per circa 22 mila mq. La fase più antica del villaggio risale alla cultura di San Ciriaco (3500-3200 a.C.), ma fu solo con la cultura di Ozieri (3200-2900 a.C.) che il sito assunse la sua configurazione definitiva. Gli scavi hanno evidenziato strutture abitative in pietra e in materiale deperibile, come legno e canne, che facevano parte di un nucleo abitativo che gravitava attorno al santuario e che era probabilmente coinvolto in riti religiosi e cerimoniali.
Tra i reperti ritrovati, di particolare importanza sono stati i numerosi oggetti sacri e rituali, come le “tavole per offerte”, lastroni di pietra con fori passanti destinati probabilmente a contenere animali sacrificati. Non mancavano anche resti di cibo e oggetti di uso quotidiano, che testimoniano l’intensa vita comunitaria che caratterizzava il santuario di Monte d’Accoddi. La presenza di menhir e di altre strutture megalitiche, come la pietra sferica con coppelle, suggerisce inoltre che il sito fosse considerato sacro già nel IV Millennio a.C. e continuò ad essere frequentato nei secoli successivi, anche se la sua funzione di luogo di culto cessò durante l’età del Bronzo.
La straordinarietà di Monte d’Accoddi risiede non solo nell’architettura unica, che richiama le ziggurat mesopotamiche, ma anche nel fatto che il sito è stato abitato e utilizzato per secoli, a partire dal Neolitico Recente fino all’Età del Bronzo, rivelando un’importante testimonianza della vita religiosa, sociale e culturale delle popolazioni prenuragiche. L’area circostante, con il suo villaggio e le numerose tombe megalitiche, offre uno spunto per comprendere le dinamiche sociali di un’antica civiltà che ha lasciato un segno indelebile nel paesaggio e nella storia dell’isola.

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