DICE MONTALBANO. Mont’e Prama e il Montiferru, un paesaggio sacro
Il paesaggio mitico sardo è costellato di figure eroiche e racconti fondativi. Secondo una tradizione greca, Iolao (nipote di Eracle) sarebbe giunto in Sardegna insieme ai 50 Tespiadi, seguendo un oracolo di Apollo. I Greci attribuivano a questi eroi la fondazione di città come Olbia, Gourulis (forse l’attuale Cuglieri) ed Erakleia, la costruzione di ginnasi e templi, e persino la realizzazione delle torri nuragiche, che interpretavano come opere dell’architetto Dedalo. In quest’ottica, Mont’e Prama si carica anche di un valore simbolico: luogo di memoria e di eredità eroica, centro fondativo di civiltà.
Parallelamente, i Romani introdussero un altro mito di fondazione: quello degli Ilienses, popolazione dell’interno montano che si diceva discendesse dai Troiani. Questa versione, riportata da Livio e Silio Italico, e forse costruita da Catone il Censore, mirava a rafforzare i legami tra Sardi e Romani, trasformando i popoli dell’interno da “barbari” in “consanguinei”. In questo modo, la Sardegna veniva inglobata simbolicamente nella narrazione imperiale, in una logica di integrazione e legittimazione.
A queste narrazioni si aggiunge il culto di Sardus Pater, divinità tutelare dei Sardi, probabilmente di origine libico-punica, assimilato a Melqart e successivamente romanizzato. Il suo tempio ad Antas è un esempio della sovrapposizione culturale tra tradizioni locali, influenze nordafricane e reinterpretazioni romane.
Il mito sardo non è solo popolato di eroi: vi si riflette anche il dualismo cosmico tra Apollo e Dioniso, divinità opposte ma complementari. Apollo, dio della luce, della razionalità e della profezia, è presente nelle storie di colonizzazione sarde: fu attraverso il suo oracolo che i Tespiadi ricevettero l’indicazione di insediarsi sull’isola. A lui sono collegati templi e santuari, come quelli di Karales, Tharros e Nora, testimonianza di un culto duraturo e radicato.
Dioniso, al contrario, rappresenta l’ebbrezza, la natura selvaggia, l’istinto. La sua impronta si riconosce nella cultura materiale dei Sardi Pelliti, montanari che, secondo Ellanico e Nicolò Damasceno, portavano con sé solo un pugnale e una coppa da vino, strumenti dionisiaci per eccellenza. Il fiume Tirso (il Thyrsos dei testi antichi) richiama direttamente il bastone rituale di Dioniso e conferma un legame profondo con la geografia e l’identità delle genti dell’interno.
Nel confronto tra Apollo e Dioniso si riflette lo scontro, ma anche la coesistenza, tra civiltà e natura, tra città e montagna, tra ordine e libertà. La Sardegna, da questo punto di vista, appare come una terra di confine: un luogo dove il razionale e l’irrazionale si incontrano, dando forma a una cultura originale e complessa.
In conclusione, Mont’e Prama non è soltanto un sito archeologico di straordinaria importanza: è un nodo simbolico dove si incontrano religione, mito, potere e geografia. Le statue, gli oggetti e le tombe non sono solo testimonianze di un passato remoto, ma strumenti di racconto e di identità.
La civiltà nuragica, lungi dall’essere un’isola isolata, si mostra profondamente connessa con il mondo mediterraneo: influenze africane, riti greci, reinterpretazioni romane si stratificano nel tempo, dando vita a un patrimonio culturale unico. Mont’e Prama diventa così una chiave per comprendere non solo la Sardegna antica, ma anche le dinamiche culturali, religiose e politiche che hanno attraversato il Mediterraneo per secoli.
Un sito che oggi, grazie alle indagini scientifiche e alla riscoperta del mito, torna al centro della scena, restituendo dignità e visibilità a una delle più affascinanti civiltà del mondo antico.