DICE MONTALBANO. Tophet, il grande equivoco: perché non erano luoghi di sacrifici di bambini ma santuari a cielo aperto

tophet

Per oltre un secolo i tophet fenici e punici sono stati raccontati come luoghi di orrore: spazi sacri in cui i Cartaginesi avrebbero bruciato vivi i propri figli per offrirli agli dèi. Un’immagine potente, disturbante, capace di fissarsi nell’immaginario collettivo e di resistere anche di fronte a dati archeologici sempre più problematici. Eppure oggi, alla luce delle ricerche più recenti, questa interpretazione appare sempre meno sostenibile. I tophet, piuttosto, sembrano configurarsi come santuari a cielo aperto, destinati a rituali funerari e votivi legati alla morte perinatale e alla protezione divina, non a sacrifici umani sistematici.
Il termine tophet compare nelle fonti bibliche per indicare un luogo di culto condannato con forza dalla tradizione ebraica. Ed è proprio da qui che nasce gran parte dell’equivoco. I testi biblici sono documenti ideologici, polemici, scritti da una cultura ostile ai culti cananei e fenici. Assumerli come cronaca neutrale significa accettare senza filtro una propaganda religiosa e politica. Per decenni, tuttavia, quelle narrazioni sono state lette come prova storica, e l’archeologia è stata chiamata a confermarle.
Ma cosa sono davvero i tophet, dal punto di vista archeologico?
Si tratta di aree sacre all’aperto, generalmente poste ai margini delle città, caratterizzate da urne contenenti resti combusti di neonati, feti e, in alcuni casi, piccoli animali. Le urne sono spesso accompagnate da stele votive con iscrizioni dedicate a Baal Hammon e Tanit. È proprio la combinazione tra resti umani e tracce di combustione ad aver alimentato l’idea del sacrificio cruento.
Il problema è che questa lettura non è l’unica possibile. Anzi, è sempre meno convincente.

La cremazione come purificazione

Un altro punto critico riguarda la logica sociale. È plausibile che una civiltà urbana, mercantile, altamente organizzata come quella punica praticasse su larga scala l’eliminazione rituale dei propri figli? Una pratica del genere avrebbe avuto un impatto demografico e sociale devastante, difficilmente compatibile con la stabilità e la continuità delle comunità fenicie nel Mediterraneo. Sempre più studiosi interpretano il tophet come un luogo separato dalla necropoli, riservato ai bambini morti prima di essere pienamente integrati nella comunità dei vivi. In molte culture antiche, i neonati non avevano lo stesso status giuridico e simbolico degli adulti. La loro sepoltura seguiva rituali diversi, spesso collocati in spazi liminali, tra la città e l’esterno, tra il sacro e il profano. Il tophet risponde perfettamente a questa logica. In questo quadro, la cremazione non è un atto di violenza ma di purificazione e restituzione al divino. Le stele segnano la memoria del rito, non del crimine. Il santuario diventa così un luogo di mediazione: tra vita e morte, tra dolore umano e protezione divina, tra speranza di rinascita e accettazione della perdita.

Santuari del dolore

Va poi ricordato che l’idea del sacrificio di bambini è stata spesso utilizzata in chiave politica e culturale. Greci e Romani avevano tutto l’interesse a rappresentare Cartagine come una civiltà barbara e crudele, per giustificarne la distruzione. La narrazione del nemico che uccide i propri figli è uno strumento potentissimo di demonizzazione. Non è un caso che questa immagine abbia avuto tanto successo e tanta longevità. Oggi l’archeologia, quando si libera da pregiudizi ereditati, restituisce un’immagine più complessa e più umana. I tophet appaiono come santuari del dolore e della speranza, luoghi in cui la morte precoce veniva ritualizzata, accompagnata, affidata agli dèi. Non spazi di sterminio rituale, ma aree sacre dedicate a una delle esperienze più universali e strazianti: la perdita di un figlio. Rivedere il significato dei tophet non significa assolvere o condannare una civiltà, ma fare ciò che dovrebbe sempre fare la storia: distinguere tra mito e realtà, tra propaganda e dati, tra paura e conoscenza. E forse, in questo caso, restituire dignità non solo ai Fenici e ai Punici, ma anche ai bambini che, per secoli, sono stati trasformati in simboli di un orrore che probabilmente non è mai esistito.
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