DICE MONTALBANO. Trapanazione del cranio: un’antica pratica di chirurgia e rituale

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Al Museo Sanna di Sassari è esposto uno dei reperti che mostrano fori nella calotta cranica, risalenti a migliaia di anni fa. In Sardegna, le tracce di trapanazioni craniche su persone vive risalgono a studi sui resti umani trovati nella tomba di Scaba e Sarriu di Siddi, datati tra il Neolitico e l’Età del Rame.
Precedentemente, questa pratica si riferiva alla cultura Bonnannaro e poteva essere semplice o multipla, con l’asportazione di rondelle ossee. In un caso, un cranio mostra che l’individuo ha subito quattro interventi in vita, riuscendo a sopravvivere anche dopo i primi tre. La formazione di un callo osseo attorno ai fori dimostra che queste operazioni chirurgiche erano eseguite con notevole abilità, e che le persone riuscivano a vivere anche dopo l’uscita del materiale cerebrale. In alcuni casi, si nota anche che il reimpianto della rondella ossea era riuscito.
Le motivazioni di questa pratica non sono ancora del tutto chiare, ma si pensa che fossero legate a rituali magico-religiosi, forse giustificati dalla presenza di patologie. Per esempio, l’individuazione di malati di epilessia potrebbe aver portato la comunità a ritenere che l’individuo fosse posseduto da spiriti maligni, e quindi fosse necessario liberarlo attraverso questa operazione. Gli archeologi ipotizzano anche altre possibilità, ad esempio che queste operazioni fossero state eseguite per ridurre la pressione di emorragie cerebrali, curare ferite alla testa o tumori cerebrali.

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