
Le forze politiche hanno già la testa rivolta alle elezioni del 2027, come dimostrano i movimenti interni ai partiti e le crescenti tensioni tra le diverse componenti delle coalizioni. Se alcuni sondaggi confermano la buona salute di Fratelli d’Italia, primo partito di governo, allo stesso tempo delineano la possibilità di un serrato testa a testa tra gli schieramenti. Musica per le orecchie degli “animali politici” di Palazzo, che già si sfregano le mani all’idea di un governo tecnico, di larghe intese o di nuove alchimie parlamentari. Eppure, proprio il governo Meloni, piaccia o non, ha interrotto la stagione degli esecutivi sostenuti da maggioranze nate dopo il voto e profondamente diverse dalle coalizioni presentatesi agli elettori. Emblematico è il caso dei due governi guidati da Giuseppe Conte: il primo sostenuto dalla Lega, il secondo dal Partito Democratico, che chiese il superamento dei decreti Sicurezza, uno dei provvedimenti simbolo della precedente maggioranza gialloverde. Una parte dell’elettorato potrebbe allora guardare a due alternative. La prima è rappresentata dal generale Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale cresce nei sondaggi e, secondo alcune rilevazioni, avrebbe già superato Forza Italia. La seconda opzione, al momento, non esiste ancora, ma potrebbe presto diventare realtà. Beppe Grillo, atteso a gennaio in tribunale nella battaglia per riottenere il simbolo del Movimento 5 Stelle, potrebbe decidere di tornare in campo per regolare i conti politici con Giuseppe Conte. L’effetto, tuttavia, potrebbe essere paradossale. I voti destinati a Vannacci o a un’eventuale formazione guidata da Grillo verrebbero sottratti rispettivamente al centrodestra e al campo largo, contribuendo a cristallizzare una situazione di sostanziale equilibrio.
A determinare il pareggio, insomma, potrebbero essere proprio due soggetti politici che si presentano agli elettori come forze di rottura e antisistema. Con il rischio di produrre il risultato opposto: riportare in scena governi tecnici, larghe coalizioni e accordi costruiti dopo il voto. Legittimi, democratici, ma non rispondenti alla volontà popolare. (red)


