Il Corriere di Tunisi, da 70 anni voce degli italiani nel Mediterraneo

La direttrice Silvia Finzi racconta la storia del giornale nato nel 1956
La direttrice Silvia Finzi

Settant’anni di storia italiana raccontati dall’altra sponda del Mediterraneo. Il Corriere di Tunisi ha celebrato nel 2026 un anniversario importante: sette decenni trascorsi a raccontare gli italiani in Tunisia e un rapporto tra i due Paesi segnato da migrazioni, decolonizzazione e profondi cambiamenti sociali. A ripercorrere questa storia è la direttrice Silvia Finzi, erede di una tradizione familiare che affonda le proprie radici nella nascita stessa del giornale.

Direttrice, quali sono le origini del giornale?

“Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Tunisia era ancora un protettorato francese e la comunità italiana era numerosissima, arrivata a contare quasi centomila persone. Dopo il 1943 vennero vietati i giornali in lingua italiana, chiuse le scuole e le istituzioni culturali. Era un modo per liquidare almeno culturalmente l’immigrazione italiana. Per oltre dieci anni gli italiani di Tunisia rimasero così senza una propria voce sulla carta stampata. Soltanto negli anni Cinquanta, con il progressivo miglioramento dei rapporti tra Francia e Italia, maturarono le condizioni per far rinascere un giornale italiano”.

Chi furono i protagonisti di quella iniziativa?

“Tra i promotori c’erano mio nonno e mio padre, insieme a un giornalista che lavorava al consolato e ad altri esponenti della comunità, tra cui Giulio Baresi, che aveva fatto parte dell’antifascismo italiano in Tunisia. Erano persone repubblicane, di cultura mazziniana o socialista. L’autorizzazione arrivò nel febbraio del 1956 e il primo numero uscì a marzo, praticamente in contemporanea con l’indipendenza tunisina. I fondatori, di orientamento anticolonialista, accolsero con favore la nascita del nuovo Stato e invitarono gli italiani a rimanere e a contribuire alla costruzione della nuova Tunisia”.

Poi, cosa accadde?

“L’esodo degli italiani. Dalla fine degli anni Cinquanta cominciarono le partenze. Un passaggio decisivo arrivò nel 1967, quando ai non tunisini venne impedito di possedere proprietà agricole. Molti italiani avevano piccoli e medi appezzamenti e questo accelerò fortemente l’esodo. Una comunità che aveva raggiunto circa 90 mila persone si ridusse fino a circa 10 mila. Molti emigrarono in Francia, altri raggiunsero l’Italia, che per alcuni rappresentava paradossalmente un Paese mai conosciuto direttamente nonostante ne possedessero lingua, cultura e cittadinanza”.

Tra gli italiani c’erano anche sardi?

“Certamente. La componente siciliana era molto consistente, ma anche quella sarda aveva un ruolo importante. Numerosi sardi erano arrivati in Tunisia per lavorare nelle miniere, soprattutto nelle aree centro-meridionali del Paese. Una presenza che ebbe persino una propria esperienza editoriale con Il Minatore, pubblicato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento”.

Che ruolo ebbe il Corriere quando quella comunità cominciò a disperdersi tra Tunisia, Francia e Italia?

“Il giornale costituì un legame per la loro storia. Fu una voce della loro identità. Una funzione che andava ben oltre l’informazione: il Corriere di Tunisi divenne uno strumento attraverso il quale mantenere un rapporto tra persone ormai separate geograficamente ma unite dalle stesse radici”.

Il giornale è stato anche il megafono delle rivendicazioni dei nostri connazionali?

“Quella per i diritti degli italiani all’estero è una battaglia che fa parte della nostra storia. Il tema della rappresentanza è fondamentale: gli italiani che vivono fuori dai confini nazionali non possono diventare una comunità sempre più distante dalle istituzioni. Oggi il tema torna d’attualità. Il giornale ha dedicato un dossier alla riforma della legge elettorale per gli italiani all’estero, esprimendo preoccupazione per il rischio che le aree numericamente più piccole perdano una rappresentanza effettivamente legata ai territori. Circa 5,1 milioni di italiani residenti all’estero eleggono complessivamente dodici parlamentari: otto deputati e quattro senatori”.

Il rapporto tra Italia e Tunisia, intanto, è cambiato profondamente. Quanto ha contato la cultura italiana?

“Moltissimo. Dagli anni Sessanta la Rai entrava nelle case tunisine e intere generazioni hanno imparato a comprendere l’italiano attraverso la televisione, i programmi, gli spettacoli e l’informazione. Per usare una definizione della Dante Alighieri, si diffuse una vera e propria “italsimpatia”, una vicinanza culturale all’Italia che ha progressivamente superato i confini della comunità di origine italiana”.

E oggi chi sono i lettori del Corriere di Tunisi?

“Non ci rivolgiamo più soltanto agli italiani residenti in Tunisia e ai loro discendenti. Nel tempo ci siamo aperti anche ai tanti tunisini italofoni, a chi studia la nostra lingua e a chi guarda all’Italia con interesse. Settant’anni dopo il primo numero del marzo 1956, il Corriere di Tunisi continua dunque a rappresentare un ponte tra le due sponde del Mediterraneo: una voce nata per una comunità italiana che rischiava di scomparire e diventata, nel tempo, un luogo di incontro tra memoria, identità e nuove generazioni”.

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