L'INTERVISTA. Irene Testa: vi racconto che mondo c'è dietro le sbarre (di Claudio Cugusi)

Il giornalista Claudio Cugusi e Irene Testa

“Sapete cosa significa la mancata apertura del reparto per detenuti al Santissima Trinità?”. La domanda di Irene testa, da due anni garante in Sardegna dei diritti delle persone private della libertà, è retorica. La risposta invece si fa sentire: “Significa che 56 agenti sono costretti a piantonare nei vari ospedali cagliaritani sette detenuti. Se il reparto invece fosse aperto ne basterebbero molti meno e i soldi risparmiati potrebbero essere spesi per migliorare la vita in carcere”. E’ un dato soltanto ma è lo specchio della realtà carceraria, al di là delle formule retoriche e delle promesse tradite. E così passa il tempo ma i diritti dei detenuti (e di chi li deve vigilare) sono sempre più affievoliti. Testa, che da militante del Partito Radicale di lunghissimo corso ha fatto uno stile di vita del garantismo occupandosi delle persone private della liberta, è stanca. Ma non si arrende davanti a una battaglia che sembra perduta: “Non ce lo possiamo permettere, è una questione di civiltà”.

"I diritti dei deboli sono l'ossatura sociale"

Testa, si diceva negli anni ’70 che la qualità di una democrazia si misura principalmente nelle istituzioni totali, come carceri e caserme, da come tratta i più deboli. E’ ancora così?
“E’ certamente così, è sempre di più così. Se parliamo di detenzione in Sardegna ma la situazione italiana è molto tristemente simile, abbiamo un quadro desolante dove non funziona quasi nulla.

"I poveri sono quelli che finiscono in carcere"

Chi ci finisce nelle carceri sarde? Che situazione e che servizi trova all’interno?
Tossicodipendenti, circa il 20 per cento. Ragazzi con patologie psichiatriche, migranti. In generale fasce povere della popolazione.

Un buon avvocato costa ma riesce a evitare il carcere?
Spesso sì ma non sempre

Perché la società civile, il mondo culturale, il volontariato ancora faticano a entrare nel mondo carcerario?
Perché il carcere è di suo un sistema tendenzialmente chiuso, impermeabile alle novità del mondo. Anche a quelle buone come un progetto socializzante ma molto dipende anche da quanto sono illuminati e coraggiosi i direttori. Ecco, devo riconoscere che i giovani direttori sardi sembra più orientati con coraggio a nuove esperienza”.

"Il carcere ha bisogno di una riforma profonda"

La soluzione è la decarcerizzazione progressiva: ma come praticarla?
Il carcere come tale ha bisogno di una profonda riforma che non può prescindere da una riforma della giustizia criminale, del processo penale con tutte le sue lungaggini e del diritto penitenziario. Cioè di quel che riguarda come si esegue la condanna, la modalità della pena.

Come si garantisce comunque l’effettività della pena se le porte delle celle sono girevoli?
In Italia abbiamo 9 mila persone ogni anno che ricevono condanne massimo di 12 mesi se non inferiori. E 20 mila con condanne inferiori ai tre anni. Lo dico perché soon questi i numeri che generano l’effetto porte girevoli: si entra tutto sommato per poco dentro il carcere, per reati ad attenuata pericolosità sociale. E se ne esce nel giro di poco tempo con un master in criminologia applicata. Senza considerare che questo costa alla collettività, visto che il prezzo sociale delle carceri italiane, del sistema nel suo complesso è pari a 3,5 miliardi di euro l’anno. A fronte di cosa? Di un sistema che non funziona, che non offre nulla ai detenuti se non la branda visto che pochissimi riescono a lavorare dietro le sbarre.

Beniamino, una vittoria su tutti

Quanto è frustrante rappresentare con pochi successi i diritti di centinaia di persone con pochissimi diritti?
“Molto. Ogni visita ispettiva è una immersione nel dolore dove tocchi con mano la sfortuna di certe persone. Non tutti i colpevoli lo sono davvero o lo sono soltanto socialmente.

Racconti una vittoria sul campo. Una ci sarà…
Ho contribuito ad affermare la libertà di un innocente, Beniamino Zuncheddu. Uno dei primi casi che ho trattato appena nominata.
Come il suo rapporto con la magistratura sarda?
Buono perché i magistrati di sorveglianza, per quanto rilevo, conoscono i detenuti e le loro storie. E anche la Procura di Cagliari è attenta e prende in considerazione le nostre segnalazioni.

Parliamo concretamente di diritti dei detenuti: con 40 gradi in cella e senza ventilatore c’è ancora spazio per la dignità o siamo davanti a trattamenti inumani e anticostituzionali?
“La dignità spesso si sta perdendo. Ieri a Uta sentivo detenuti che mi gridavano: “Aiuti, stiamo morendo”. Buttano secchi d’acqua sul pavimento per provare a rinfrescare la cella, capite a che livelli siamo?”.

Quanti detenuti sono in realtà sofferenti mentali non curati o non abbastanza curati? Chi non è ancora matto lo diventa dentro?
“A Bancali ad esempio su 536 detenuti 400 sono in terapia farmacologica psichiatrica, sono dati al 31 dicembre 2024. Vuol dire che le carceri sarde sono piene di persone che dovrebbero curarsi in comunità. Ma le comunità non sono sufficienti e allora i malati restano detenuti. Certo poi che la detenzione agevola l’insorgenza di patologie psichiatriche, non scopriamo nulla di nuovo e non potrebbe essere diversamente. Da qui al suicidio è un passo”.

Claudio Cugusi

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