L’OPINIONE. Medio Oriente, il Rojava sotto attacco mentre Ue e Usa si alleano con i jihadisti (di Ahmet Kaya Bakrak*)

Tutti contro l’amministrazione autonoma del nord est della Siria
Rojava sotto attacco

La storia recente del Rojava nasce nel momento più drammatico della guerra siriana, quando l’avanzata dello Stato Islamico sembrava irreversibile e l’intera regione era sprofondata nel caos.
Tra il 2014 e il 2019, le forze curde delle YPG e delle YPJ, insieme alle Forze Democratiche Siriane, sono state il principale argine militare contro l’ISIS nel nord della Siria.
La sconfitta militare dello Stato Islamico è stata possibile soprattutto grazie al sacrificio di migliaia di combattenti curdi, che hanno pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, spesso senza ricevere alcun riconoscimento politico internazionale.
Da quella vittoria nasce un’esperienza politica inedita nel Medio Oriente: l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, conosciuta come Rojava. Un progetto fondato su autogoverno locale, convivenza tra popoli ed etnie, laicità, parità di genere e partecipazione democratica dal basso. Un modello fragile, ma reale, costruito nel pieno della guerra e senza alcuna garanzia di protezione esterna. Negli anni successivi, tuttavia, il Rojava non ha mai conosciuto una vera pace: la Turchia ha sempre considerato l’esperienza curda una minaccia strategica, intervenendo direttamente o sostenendo milizie islamiste.
Parallelamente, lo Stato siriano non ha mai riconosciuto l’autonomia del Nord-Est, continuando a considerarla una violazione della propria sovranità. A questa instabilità si è aggiunta, negli ultimi anni, una nuova fase politica in Siria.
Con il progressivo reinserimento del Paese nei circuiti diplomatici regionali e internazionali, è emersa una nuova leadership legata a al-Sharaa, figura proveniente dall’area jihadista, già collegata a HTS, con un passato riconducibile ad ambienti di Al-Qaeda e dello stesso ISIS.

"Dall'Ue finanziamenti milionari"

Questa “nuova Siria”, oggi presentata come interlocutore istituzionale, mantiene legami con milizie estremiste e riceve il sostegno diretto della Turchia. Nonostante ciò, l’Unione Europea ha avviato un processo di normalizzazione politica, arrivando a promettere finanziamenti per centinaia di milioni di euro, senza reali condizioni vincolanti sul rispetto dei diritti umani e senza garanzie sull’utilizzo di tali fondi.

In questo quadro si inserisce anche la responsabilità diretta degli Stati Uniti.
Durante la guerra contro l’ISIS, le forze curde del Rojava sono state uno dei principali alleati di Washington sul terreno.
Senza il loro contributo, la sconfitta militare dello Stato Islamico in Siria non sarebbe stata possibile.
Eppure, una volta raggiunto l’obiettivo strategico, gli Stati Uniti hanno progressivamente ritirato il proprio sostegno politico e militare, lasciando il Rojava esposto alle aggressioni esterne.
Questo disimpegno non è stato neutrale.
Ha aperto la strada all’intervento turco, ha rafforzato le milizie jihadiste e ha isolato politicamente l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria.
L’accoglienza riservata da Donald Trump ad al-Sharaa alla Casa Bianca rappresenta uno dei passaggi più ipocriti e politicamente inquietanti della recente storia diplomatica statunitense. Un uomo con un passato legato all’area jihadista, già associato a milizie estremiste e ambienti riconducibili ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico, è stato trasformato per convenienza geopolitica in un interlocutore legittimo. Per anni, su di lui pendeva una taglia da 10 milioni di dollari per terrorismo; oggi quella stessa figura viene ricevuta con tutti gli onori istituzionali. Il messaggio è devastante: il terrorismo non è un crimine imperdonabile, ma una variabile negoziabile, purché utile agli equilibri di potere del momento.

"I curdi utilizzati come forza militare"

In questo modo, Stati Uniti ed Europa condividono oggi una responsabilità comune: aver utilizzato i curdi come forza militare contro l’ISIS e averli poi abbandonati nel momento in cui chiedevano protezione politica.
È in questo contesto che il Rojava torna sotto attacco. Milizie jihadiste avanzano nel Nord-Est della Siria, mentre la comunità internazionale resta in silenzio. Le conseguenze sul piano umanitario sono immediate e devastanti. Nelle ultime settimane oltre 14.000 civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie case tra Aleppo e Raqqa. Molti vivono senza cibo, acqua, cure mediche e ripari adeguati.
Il freddo ha già causato la morte di almeno quattro bambini. Accanto alla crisi umanitaria, si sta consumando una nuova stagione di violenze sistematiche. Sono state documentate uccisioni mirate di combattenti delle YPJ, simbolo della resistenza contro l’ISIS e dell’emancipazione femminile in Medio Oriente. In almeno un caso, una combattente è stata catturata viva, violentata ripetutamente, torturata e lasciata morire.
Dopo la morte, il suo corpo è stato mutilato e i suoi capelli esibiti come trofeo, in pratiche che richiamano direttamente le barbarie dello Stato Islamico. Questi crimini non sono episodi isolati. Sono parte di una continuità storica che il mondo finge di non vedere.
Tra il 2014 e il 2016, l’ISIS rapì migliaia di donne e bambini del popolo Yazidi. Le donne vennero vendute come schiave sessuali, violentate e private di identità. Quel genocidio è stato riconosciuto a parole, ma mai realmente affrontato nelle sue conseguenze politiche. Oggi metodi simili riemergono, con nomi diversi e nuove coperture istituzionali. L’obiettivo resta lo stesso: eliminare ogni esperienza pluralista e democratica, imponendo un ordine fondato sulla forza e sull’omologazione religiosa. In questo scenario, il modello del Rojava rappresenta una delle poche alternative reali al fondamentalismo e al caos nella regione.

"Il silenzio dell'Onu non si giustifica"

Ed è proprio per questo che viene lasciato senza protezione. Davanti a tutto questo, il silenzio delle istituzioni internazionali non è più giustificabile. All’Unione Europea, alle Nazioni Unite e ai governi occidentali si chiede una scelta netta: interventi umanitari immediati, la sospensione dei finanziamenti a governi e attori coinvolti in crimini contro i civili, la protezione internazionale delle popolazioni del Nord-Est siriano e il riconoscimento politico dell’Amministrazione Autonoma del Rojava come interlocutore legittimo. Il Rojava non chiede privilegi. Chiede coerenza, protezione e il diritto di esistere. Se la comunità internazionale continuerà a voltarsi dall’altra parte, la responsabilità politica e morale di ciò che accadrà non potrà più essere negata.

*Ahmet Kaya Bakrak. Classe 2000, nato in Turchia da famiglia Kurda, arrivato in Italia nel lontano 2005, studente di Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Cagliari, già laureato in Scienze Politiche con una tesi dedicata alla storia del Kurdistan, Abdullah Ocalan, la rivoluzione delle donne in Medio Oriente è la resistenza del popolo Kurdo. Vive stabilmente in Italia da ormai 20 anni e svolge la professione di Interprete.

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