RUBRICA. Produzione agricola e allevamento nella Preistoria
La coltivazione della vite e la tecnologia di vinificazione iniziano circa 7 mila anni fa ad Haji Firuz, in Iran, dove gli archeologi trovano 6 giare interrate in una cucina, una delle quali contiene residui di acido tartarico e resina di terebinto, che testimoniano l’uso di conservanti per il vino. Questa scoperta, insieme alla possibilità di ottenere lana, trasforma l’economia dei primi villaggi che da attività di sussistenza passa a produzioni derivate, facilmente immagazzinabili.
Nel giro di pochi millenni le specie addomesticate nel Vicino Oriente si diffondono verso occidente, incrementando le possibilità di produzione e adattandosi alle diverse condizioni ecologiche locali. Il passaggio a un’economia agricola è testimoniato dai resti ritrovati nei siti neolitici più antichi, tra cui farro, frumento duro, diverse varietà di orzo, lenticchie, fave, veccia e piselli. Anche se ancora allo stato selvatico, inizia la sperimentazione su corbezzolo, nocciolo, ulivo, fico e vite.
Nei siti palafitticoli dell’arco alpino sono documentati i resti di oltre 150 specie vegetali, sia coltivate che selvatiche, tra cui carote, senape, cavolo, valeriana, lattuga e tiglio. Sono stati trovati anche pani non lievitati e gallette di grano, miglio e orzo, spesso ricoperte di semi di papavero. Inoltre, ammassi di bacche e frutta rinvenuti in grandi vasi suggeriscono la produzione di succhi fermentati.
Il cane è utilizzato già da qualche millennio come compagno dell’uomo e collaboratore nella caccia e in ambito pastorale. Pecore, capre e bovini sono introdotti in Europa inizialmente come fonti di carne, per poi essere utilizzati anche per la produzione di lana, e secondo alcuni studi, da esse derivano i mufloni selvatici di Sardegna e Corsica. I primi casi documentati di utilizzo dei bovini per la trazione agricola risalgono al 3° millennio a.C., come testimoniato dalle incisioni rupestri di Monte Bego, in Francia.
Gli agricoltori Neolitici pongono le fondamenta del sistema rurale occidentale, ma è nell’Età del Rame che il sistema economico si arricchisce, quando vengono introdotte e adattate coltivazioni come la vite, il fico, il ciliegio, il susino, il pruno e il castagno. Tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro, si aggiungono anche il farro, la segale, l’avena, il miglio, il panico, la veccia ei ceci. Il miele, i fichi, le bacche e la frutta secca favoriscono l’emergere di una articolata industria dolciaria.
Negli ultimi secoli dell’Età del Bronzo, l’uso del vino si diffonde tra i gruppi aristocratici, e con l’espansione della viticoltura e il perfezionamento della coltivazione dell’olivo, si realizza la conquista delle colline, ossia la trasformazione dei pendii montani attraverso l’edificazione di empori e centri fortificati negli stati tribali arcaici, tramite terrazzamenti e sistemi di irrigazione.
Queste coltivazioni richiedono investimenti significativi di lavoro per la loro creazione e manutenzione, ma garantiscono rendimenti elevati. La produzione di vino e olio, oltre che per l’uso domestico, è destinata anche all’affermazione dello status sociale e, insieme alle ceramiche pregiate che li contenevano, questi due liquidi diventano indispensabili nei rituali e nei simposi delle élite. Così, le colline e le valli sono mantenuti in efficienza all’interno di un sistema di “paesaggi di potere”.
Lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento porta gradualmente ad una riduzione dell’importanza economica della caccia, che rimane rilevante per la cattura di cervi, caprioli e cinghiali. Con il tempo, la caccia si trasforma in un’attività prestigiosa, legata alla rappresentazione del ruolo sociale delle élite.
Un altro aspetto è l’introduzione della gallina, originariamente una piccola folaga selvatica. Addomesticata localmente tra il 4° e il 3° millennio a.C., si diffonde grazie ai traffici commerciali che la portano dalle coste del Golfo Persico verso l’Egitto e oltre. Apprezzata nelle città greche per la carne e le uova, la gallina si diffonde soprattutto durante l’età del Ferro, tuttavia, è solo in epoca romana che il consumo di pollame diviene un fenomeno di massa.