
Una riforma delle politiche culturali che mina le fondamenta dello spettacolo dal vivo italiano. È questa la denuncia lanciata con forza dagli assessori e dalle assessore alla Cultura di sette Regioni – Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta – che, con un comunicato congiunto, esprimono “preoccupazione e sconcerto” per l’impatto delle nuove disposizioni ministeriali sul settore.
Al centro della protesta c’è il Decreto Ministeriale n. 463 del 23 dicembre 2024, che ha modificato i criteri per l’assegnazione del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV). Secondo i firmatari, il nuovo impianto normativo sostituisce principi come innovazione, rischio culturale e apertura internazionale con logiche fortemente commerciali.
“Si tratta di un cambio di paradigma che indebolisce il ruolo pubblico del Fondo,” si legge nella nota. “A pagarne il prezzo sono soprattutto le realtà più dinamiche e coraggiose.”
Molti enti culturali di rilievo, da Santarcangelo dei Teatri a Ravenna Teatro, passando per il BIG Bari International Gender Festival e il Teatro della Toscana, hanno subito tagli, esclusioni o declassamenti. Alcuni punteggi sono crollati drasticamente, con effetti immediati su programmazioni già avviate, creando disoccupazione e impoverimento culturale.
Particolarmente colpita è la Sardegna, che registra il taglio del 60% dei progetti di danza ammessi al triennio 2025–2027: sei su nove sono stati esclusi. Una situazione che l’assessora sarda alla Cultura, Ilaria Portas, definisce “gravissima”. “Non comprendiamo le ragioni di questa decisione che mette in ginocchio un intero comparto, con conseguenze devastanti per lavoratori e strutture,” ha dichiarato.
A ciò si aggiungono casi emblematici come la dequalificazione di Fuorimargine, il ridimensionamento delle attività di Sardegna Teatro e l’esclusione di molte realtà che operano con continuità e innovazione sul territorio.
Alla crisi finanziaria si somma quella istituzionale: tre commissari – espressione di ANCI, UPI e Conferenza delle Regioni – si sono dimessi dalle commissioni consultive, lasciandole operative ma prive di rappresentanza pubblica. Una situazione che solleva dubbi sulla legittimità delle decisioni e sulla trasparenza del processo.
In risposta, le amministrazioni regionali firmatarie chiedono con forza l’azzeramento e la ricostituzione delle Commissioni, con un equilibrio reale tra competenze tecniche e istituzioni. Sollecitano inoltre che le istanze di riesame vengano affrontate con serietà e trasparenza, e invocano l’apertura urgente di un tavolo di confronto strutturato e riconosciuto, per ristabilire regole condivise.
“Solo un confronto leale e partecipato può restituire fiducia al sistema,” concludono gli assessori. “Le Regioni sono pronte a fare la propria parte.”

