L’INTERVISTA. L’archeologa Giuseppa Tanda: “Così le Domus de Janas sono diventate patrimonio mondiale”
L’archeologa Giuseppa Tanda è la massima esperta delle domus de janas
Ricorda il momento in cui è nata questa passione per l’archeologia e per le Domus?
Da bambina andavo spesso dai miei nonni, a Benetutti. Dietro la loro casa c’era una Domus de Jana, ed è lì che tutto è cominciato. Quelle forme scavate nella roccia mi affascinavano, mi interrogavano. È stato il primo seme di una passione che non mi ha più lasciata. Peccato che proprio quella tomba, alla quale sono così legata, non sia potuta entrare tra i siti Unesco: non rientrava nei parametri richiesti.
Com’è stato costruito il dossier presentato all’Unesco?
Abbiamo lavorato con metodo, ma anche con visione. Il rigore scientifico è stato essenziale, perché l’Unesco chiede documentazione, verifica, attendibilità. Ma serviva anche la capacità di raccontare un’idea forte: che le Domus non sono episodi isolati, ma parte di una civiltà articolata, presente in tutta l’Isola, che ha lasciato un segno riconoscibile.
In base a quali criteri sono stati selezionati i siti che hanno fatto parte della candidatura?
La selezione dei siti è stata un passaggio delicato. Abbiamo dovuto trovare un equilibrio tra rappresentatività geografica, stato di conservazione e valore archeologico. Non era una classifica, ma un campione che potesse parlare per tutti. E sapevamo che, se il riconoscimento fosse arrivato, avrebbe riguardato l’intero patrimonio diffuso.
Cosa cambia adesso che è arrivato il riconoscimento?
Ora si apre una fase nuova. Il riconoscimento Unesco non è un traguardo formale: è un invito a valorizzare, proteggere, raccontare meglio questo patrimonio. Serve continuità, serve attenzione. E serve anche una nuova responsabilità collettiva, per non disperdere quanto è stato costruito.
Qual è stato il ruolo dei Comuni coinvolti e quanto sarà importante la loro collaborazione in futuro?
Per i Comuni coinvolti è stato un percorso di crescita, oltre che di riconoscimento. Si sono messi in rete, hanno dialogato, condiviso competenze e visioni. Questo è un risultato importante, e sarà fondamentale mantenere questa rete viva anche nel futuro, rafforzandola.
C’è il rischio che il riconoscimento porti a una banalizzazione o commercializzazione del patrimonio?
C’è sempre questo rischio, sì. Quando un bene culturale riceve visibilità, può essere trasformato in un simbolo vuoto. Ma le Domus de Janas non sono un’attrazione da cartolina: sono un’eredità profonda. Sta a noi proteggerle anche da questo, evitando scorciatoie narrative o commerciali.
Che ruolo potrà avere la fondazione in via di costituzione?
Uno degli strumenti che potrebbe aiutarci è proprio la fondazione in via di costituzione. Una struttura stabile, in grado di garantire visione strategica, supporto tecnico, continuità scientifica. Sarà importante che sia aperta, inclusiva, e in dialogo costante con i territori e con chi lavora ogni giorno su questi luoghi.
Che cosa possono trasmettere oggi le Domus de Janas, a chi le scopre per la prima volta?
Le Domus de Janas raccontano un’idea di Sardegna che viene da lontano. Non sono un mistero esotico, sono una forma di identità scolpita nella pietra. Parlano di comunità, di relazioni con la terra, di spiritualità. Farle conoscere al mondo significa far conoscere una Sardegna che ha molto da dire, anche oggi.