
All’Istituto d’Arte di Nuoro, Nietta Condemi De Felice avrebbe voluto studiare oreficeria. Si ritrovò invece nel corso di arte del tessuto. Pensò di cambiare indirizzo, poi scelse di restare. Da quell’incontro inatteso con la tessitura è nato un percorso che ha portato il telaio oltre le fibre e le forme della tradizione, mantenendo saldo il legame con le sue origini.
Nata a Orune nel 1951, dopo il diploma si è formata con Paola Besana, Martha Nieuwenhuijs e Marie Louise Roshlom. Dal 1972 al 2009 ha insegnato discipline tessili a Nuoro. La sua ricerca si è sviluppata a partire da una conoscenza concreta del mestiere: l’ordito e la trama, il comportamento delle fibre, le possibilità e i limiti del telaio.
I tappeti di Sarule, Dorgali e Nule sono presenze riconoscibili nel suo lavoro, ma non modelli da riprodurre. Sono un patrimonio di forme e saperi da cui muovere per costruire un linguaggio personale. Alla lana, alla seta e al cotone Condemi De Felice affianca PVC, acciaio, rame, carta e legno; nell’intreccio entrano anche i nastri delle videocassette e altri materiali di recupero.
Ogni innesto cambia l’opera: la consistenza, il peso, il rapporto con la luce e con lo spazio. Il tessuto può farsi rigido, acquistare rilievo, avvicinarsi alla scultura. La tecnica resta leggibile, ma si apre a esiti diversi, svincolati dall’idea che il tessile debba coincidere con una sola materia o una sola funzione.
In questo confronto tra pratica tradizionale e materiali inattesi prende forma la ricerca di Condemi De Felice nella Fiber Art. La tradizione non è un repertorio da citare, ma un sapere da cui partire: una conoscenza profonda del tessile permette di metterne alla prova i confini e di trovare, per ogni materiale, una soluzione e una forma proprie.
Il suo percorso espositivo comprende rassegne nazionali e internazionali e la partecipazione al Padiglione Sardegna della Biennale di Venezia del 2011. Per quasi quarant’anni ha inoltre accompagnato generazioni di studenti nello studio delle discipline tessili. Nelle sue opere il telaio non addomestica i materiali: ne lascia affiorare il peso, la rigidità, la fragilità. La trama prende forma proprio lì, nel confronto tra un sapere antico e materie che ne spostano continuamente i confini. (Elena Carta)


