DICE MONTALBANO. I metalli nella Sardegna antica, oggi l’archeologia sperimentale aiuta a capire.
Il bronzo permetteva una vasta varietà di forme per scuri e lame, grazie alla sua facilità di fusione. Le spade derivarono dalle daghe: le prime avevano lame triangolari e l’elsa fissata con chiodi ribattuti. Con l’evoluzione, le lame divennero più lunghe e le impugnature più strette.
Le punte di lancia, inizialmente in rame e con un semplice collo, vennero progressivamente migliorate con l’introduzione dell’attacco a manicotto, grazie alla tecnica delle fusioni con anima. Per assicurare la punta all’asta si utilizzava un chiodo ribattuto. Le punte di freccia, invece, continuarono a essere fabbricate in selce o osso per tutta l’Età del Bronzo, data la minore perdita economica in caso di smarrimento.
Già in epoca neolitica, l’artigiano sedentario ebbe modo di scoprire le proprietà peculiari di metalli come oro e rame. L’oro, raccolto nei letti dei fiumi, poteva essere battuto e trasformato in spille, ganci e lamine. Il rame, con l’azione della martellatura, diventava più duro, ma anche fragile e difficile da lavorare oltre un certo limite. Il bisogno di rammollirlo condusse alla scoperta della ricottura: il riscaldamento del metallo per ripristinarne la duttilità.
Un’altra svolta avvenne quando un artigiano, cercando di ricuocere una lamina d’oro, lo lasciò fondere accidentalmente, osservando il metallo liquefarsi. Da quel momento imparò a controllare la temperatura per ottenere sia la ricottura sia la fusione.
L’abilità di gestire il metallo fuso portò allo sviluppo di stampi sempre più sofisticati e resistenti al calore.
La fusione consiste nel versare metallo liquido in uno stampo, dove si raffredda e solidifica. Le prime fusioni avvenivano in stampi aperti di pietra o argilla, poi si svilupparono stampi in due parti, in pietra, terracotta o bronzo. I fonditori erano artisti, capaci di creare manufatti raffinati e precisi.
Per realizzare oggetti cavi (come le punte di lancia), si utilizzava un’anima interna che occupava lo spazio non destinato al metallo. L’anima doveva essere posizionata evitando il contatto con le pareti dello stampo. Col tempo, i fonditori perfezionarono questa tecnica, lasciando uno spazio uniforme per il metallo.
Il calore del metallo fuso poteva causare l’espansione dei gas intrappolati nello stampo: per questo era fondamentale utilizzare materiali porosi come l’argilla, che consentivano la fuoriuscita dei gas. La fusione a cera persa rappresentava un’ulteriore evoluzione: prevedeva la realizzazione di un modello in cera, che veniva ricoperto da strati di argilla. Durante la cottura, la cera si scioglieva lasciando uno stampo vuoto nel quale versare il metallo.
La cera persa permetteva grande precisione e libertà nella forma, specialmente per oggetti cavi. L’anima interna, inserita nel modello ceroso, veniva sostenuta da sfiatatoi e canali di colata. Dopo la colata, lo stampo veniva rotto, l’oggetto liberato, pulito e rifinito, pronto per essere utilizzato.