DICE MONTALBANO. La scrittura presso gli antichi Sardi

stele nora

L’evoluzione decisiva verso le moderne forme di scrittura si compì tra il XIII e l’XII secolo a.C. nell’area mediterranea, dove in alcune città portuali, la siriana Ugarit su tutte, nacquero i primi sistemi alfabetici, nei quali a ciascun suono del parlato corrispondeva un segno grafico specifico, privo di qualunque valore iconico.
Intorno alla civiltà nuragica persiste un luogo comune secondo cui essa sarebbe stata una civiltà priva di scrittura. Questa affermazione si basa su un presupposto errato: che i Nuragici, in modo del tutto eccezionale rispetto agli altri popoli antichi, avrebbero dovuto inventare un alfabeto originale e autonomo per poter essere considerati scriventi. Tuttavia, nessuno dei grandi popoli del Mediterraneo antico ha creato da zero un proprio alfabeto. I Greci derivarono il loro dai Cretesi, gli Etruschi dai Greci, i Romani dagli Etruschi. Persino i Fenici, spesso indicati come i grandi inventori della scrittura alfabetica, si ispirarono agli alfabeti precedenti del Vicino Oriente, come quelli sumero ed egizio.
Perché dunque ci si aspetta che i Nuragici avrebbero dovuto sviluppare un alfabeto del tutto autonomo? Nessun altro popolo antico ha seguito questo percorso. Di conseguenza, l’assenza di un alfabeto “nuragico puro” non può essere usata come argomento per sostenere che i Nuragici fossero analfabeti.

In realtà, in Sardegna sono state ritrovate numerose iscrizioni in diversi alfabeti: 2 in geroglifico egizio, alcune in scrittura minoica su lingotti di rame, molte in alfabeto fenicio, alcune in alfabeto iberico, greco, e 4 in etrusco. È ragionevole pensare che parte della popolazione nuragica fosse in grado di leggere e scrivere in questi sistemi alfabetici.
D’altronde, è poco credibile che una civiltà come quella nuragica, in costante contatto con popoli che facevano ampio uso della scrittura come Cretesi, Ciprioti, Egizi, Fenici, Greci, Lidi ed Etruschi, ne fosse estranea. È altrettanto improbabile che, mentre tutte le culture coeve utilizzavano iscrizioni su vasi per dedicazioni religiose o indicazioni commerciali, i Sardi non adottassero pratiche simili.
Pertanto, così come non è esistito un alfabeto nazionale fenicio, greco, etrusco o romano, è altrettanto inesatto aspettarsi un alfabeto nuragico esclusivo. I Sardi adottarono, in base alle esigenze e ai contatti culturali del momento, gli alfabeti dei popoli con cui interagivano.
A confermare l’intensità di questi scambi, la Sardegna conserva un numero elevato di iscrizioni fenicio-puniche, lasciate da coloni o mercanti legati all’impero cartaginese. Una delle più importanti testimonianze è la celebre Stele di Nora, che potrebbe contenere un messaggio in lingua nuragica, come indicherebbe la presenza del nome Sardegna (SHRDN) e per due volte il termine NGR.

Alcune di queste iscrizioni fenicie, ancora oggi, suscitano dibattito tra gli studiosi, segno della loro complessità e della possibile stratificazione linguistica. È importante ricordare che gli alfabeti sono strumenti convenzionali: un alfabeto può essere usato per trascrivere lingue diverse da quella per cui è nato. Un esempio emblematico è una carta medievale redatta in lingua sarda ma scritta in alfabeto greco-bizantino.
In un periodo di crescente tensione con Cartagine, intorno al 539–534 a.C., i Sardi inflissero una dura sconfitta ai Cartaginesi guidati da Malco e si allearono con Sibari, potente città della Magna Grecia. In questo contesto, si afferma che i Sardi adottarono l’alfabeto greco, come dimostrerebbero alcune iscrizioni rinvenute all’ingresso del nuraghe Rampinu di Onifai/Orosei, contenenti le sigle ITSN, TS e il termine TINHBEI, non riconducibile al vocabolario greco. Ulteriori indizi provengono da una sigla in caratteri greci (BE) incisa sul nuraghe di Barumini, e da 15 monete riportanti la scritta SARDOI in alfabeto greco.
Durante la dominazione romana, i Sardi continuarono a comunicare anche in lingua nuragica, utilizzando l’alfabeto latino. Un esempio è un’iscrizione sull’architrave del nuraghe Aidu Entos, a Bortigali, oggi quasi illeggibile a causa dell’erosione, che riporta i termini ILI IUR NURAC SESSAR, in lingua nuragica.

La traduzione proposta dagli studiosi dell’intera iscrizione latina è “Iliensium iura in Nurac Sessar” (diritti degli Iliensi sul nuraghe Sessar) ma questa interpretazione solleva perplessità: gli Iliensi erano stanziati nella Barbagia, non nel Marghine dove si trova il nuraghe, e risulta improbabile che un documento formale abbrevi il nome del popolo cui attribuisce dei diritti, proprio come in un moderno atto legale non si tralascia il cognome del titolare. Questa evidenza suggerisce che, sebbene l’alfabeto fosse latino, il messaggio fosse scritto in lingua nuragica.
Va poi considerato il motivo per cui le antiche popolazioni sentirono la necessità di introdurre un sistema di scrittura. Le ragioni sono essenzialmente di natura economica: la scrittura nasce per rispondere a esigenze pratiche di gestione, controllo e amministrazione. I primi sistemi scrittori si sviluppano all’interno di società agricole insediate su terre fertili, dove l’organizzazione del lavoro richiede una divisione dei compiti e una struttura sociale gerarchica. Queste società si articolano in città-stato rette da una teocrazia, una forma di governo in cui il potere è simbolicamente attribuito alla divinità e viene esercitato da re o capi considerati interpreti legittimi della volontà divina.
L’invenzione della scrittura rappresenta una svolta epocale: segna infatti la fine della preistoria e l’inizio della storia, poiché rende possibile la trasmissione stabile e duratura delle informazioni.

All’inizio, nella sua fase pittografica, poi evolutasi in ideografica, la scrittura non aveva lo scopo di riprodurre il linguaggio parlato, ma di rappresentare visivamente oggetti o concetti. Questo tipo di rappresentazione compare, in modo più o meno contemporaneo, nella seconda metà del IV millennio a.C. in diverse aree del pianeta: Medio Oriente, Egitto, Cina e America precolombiana. Con il tempo, questi sistemi pittografico-ideografici iniziarono a evolversi verso forme fonetiche, in cui i segni persero progressivamente il loro valore figurativo per acquisire un valore sillabico, legato alla lingua parlata localmente.
Le prime forme di scrittura si manifestano attraverso segni impressi su sigilli cilindrici per convalidare contratti, tacche incise su contenitori d’argilla, barrette utilizzate per registrare quantità di derrate alimentari, oppure simboli marcati sugli stessi contenitori. Si trattava di un sistema concepito per riscuotere tributi e ridistribuire risorse alle fasce sociali che non partecipavano direttamente alla produzione agricola: una sorta di agenzia delle entrate ante litteram.
Un nuovo stadio evolutivo è testimoniato dalle tavolette d’argilla rinvenute nei pressi del tempio della dea Inanna, a Uruk. Su di esse compaiono pittogrammi destinati a registrare possedimenti o movimenti di beni. I simboli rappresentano oggetti molto semplici: una testa di bue, una spiga, una parte del corpo umano, un giardino.

Da questo sistema elementare si sviluppa ben presto la prima vera forma di scrittura pittografica, elaborata dai Sumeri, che furono i primi a sistematizzare un repertorio di circa 1500 pittogrammi.
Nella Sardegna dell’età nuragica non si riscontra la presenza di un “sistema di palazzo” come quello descritto sopra. Le comunità nuragiche gestivano le risorse attraverso forme di scambio, senza una struttura politico-amministrativa centralizzata fondata su un edificio dominante. A meno di non voler interpretare il nuraghe come una sorta di “palazzo del re” (ipotesi ampiamente smentita dalle ricerche) è evidente che la società nuragica non era gerarchica. Non sono infatti state rinvenute tombe reali né residenze aristocratiche che suggeriscano l’esistenza di un’élite dominante.
In conclusione, è verosimile che i Sardi nuragici, nel corso dei secoli, abbiano utilizzato ideogrammi e alfabeti diversi (fenicio, greco e latino) per trascrivere messaggi nella propria lingua, adattando strumenti culturali esterni alle proprie esigenze comunicative.

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