L’INTERVISTA. L’archeologa Giuseppa Tanda: “Così le Domus de Janas sono diventate patrimonio mondiale”

L’archeologa Giuseppa Tanda è la massima esperta delle domus de janas

C’era una tomba antica, scavata nella roccia. Si trovava dietro la casa dei nonni, a Benetutti, e la bambina Giuseppa Tanda ci andava spesso, spinta dalla voglia di conoscenza. Quella costruzione millenaria veniva da un altro tempo e aveva assistito — muta — all’epopea del popolo sardo.
Giuseppa la osservava, la esplorava. Le avevano detto un nome, e il suo significato: domus de Jana. Una casa delle fate. Ruvida, dura, solida.
Con la piccola mano di una bambina curiosa accarezzava la pietra fredda e irregolare, cercando di assorbire i segreti che la “domus” custodiva. La curiosità infantile in seguito è diventata sconfinata passione da adolescente e da giovane donna. E ci sarebbe voluta una vita intera dedicata allo studio, per imparare a conoscere tutti i misteri di quella straordinaria struttura.

Giuseppa Tanda si è laureata in archeologia con Giovanni Lilliu, ha insegnato all’università, ha camminato per anni tra le pietre più antiche dell’isola. Oggi, quelle stesse tombe che l’avevano incantata da bambina sono diventate patrimonio dell’umanità grazie soprattutto a lei: è infatti universalmente riconosciuta come la massima esperta al mondo delle “case delle fate” sarde. La professoressa Tanda ha costruito, passo dopo passo, il progetto scientifico alla base del riconoscimento Unesco: un lavoro paziente, rigoroso, condiviso con altri enti e amministrazioni, ma nato dalla sua visione e guidato dalla sua competenza.

Professoressa Tanda, che emozione ha provato di fronte al riconoscimento dell’Unesco?

È stata una grande emozione. Una soddisfazione profonda, certo, ma anche una responsabilità. Dietro questo riconoscimento c’è un lungo lavoro collettivo, fatto di ricerca, confronto, passione. Vederlo premiato dall’Unesco significa che la Sardegna ha saputo parlare al mondo nel modo giusto, con i suoi valori più antichi e autentici.

Che legame personale ha costruito nel tempo con le Domus de Janas?

Con le Domus de Janas ho un rapporto profondo, quasi personale. Non sono solo oggetti di studio: sono luoghi che parlano, che custodiscono un sapere antico. Ogni volta che ci torno, sento che c’è ancora qualcosa da capire, da ascoltare. Sono un ponte diretto con le origini, con una Sardegna che ci precede ma ci appartiene.

Ricorda il momento in cui è nata questa passione per l’archeologia e per le Domus?

Da bambina andavo spesso dai miei nonni, a Benetutti. Dietro la loro casa c’era una Domus de Jana, ed è lì che tutto è cominciato. Quelle forme scavate nella roccia mi affascinavano, mi interrogavano. È stato il primo seme di una passione che non mi ha più lasciata. Peccato che proprio quella tomba, alla quale sono così legata, non sia potuta entrare tra i siti Unesco: non rientrava nei parametri richiesti.

Com’è stato costruito il dossier presentato all’Unesco?

Abbiamo lavorato con metodo, ma anche con visione. Il rigore scientifico è stato essenziale, perché l’Unesco chiede documentazione, verifica, attendibilità. Ma serviva anche la capacità di raccontare un’idea forte: che le Domus non sono episodi isolati, ma parte di una civiltà articolata, presente in tutta l’Isola, che ha lasciato un segno riconoscibile.

In base a quali criteri sono stati selezionati i siti che hanno fatto parte della candidatura?

La selezione dei siti è stata un passaggio delicato. Abbiamo dovuto trovare un equilibrio tra rappresentatività geografica, stato di conservazione e valore archeologico. Non era una classifica, ma un campione che potesse parlare per tutti. E sapevamo che, se il riconoscimento fosse arrivato, avrebbe riguardato l’intero patrimonio diffuso.

Cosa cambia adesso che è arrivato il riconoscimento?

Ora si apre una fase nuova. Il riconoscimento Unesco non è un traguardo formale: è un invito a valorizzare, proteggere, raccontare meglio questo patrimonio. Serve continuità, serve attenzione. E serve anche una nuova responsabilità collettiva, per non disperdere quanto è stato costruito.

Qual è stato il ruolo dei Comuni coinvolti e quanto sarà importante la loro collaborazione in futuro?

Per i Comuni coinvolti è stato un percorso di crescita, oltre che di riconoscimento. Si sono messi in rete, hanno dialogato, condiviso competenze e visioni. Questo è un risultato importante, e sarà fondamentale mantenere questa rete viva anche nel futuro, rafforzandola.

C’è il rischio che il riconoscimento porti a una banalizzazione o commercializzazione del patrimonio?

C’è sempre questo rischio, sì. Quando un bene culturale riceve visibilità, può essere trasformato in un simbolo vuoto. Ma le Domus de Janas non sono un’attrazione da cartolina: sono un’eredità profonda. Sta a noi proteggerle anche da questo, evitando scorciatoie narrative o commerciali.

Che ruolo potrà avere la fondazione in via di costituzione?

Uno degli strumenti che potrebbe aiutarci è proprio la fondazione in via di costituzione. Una struttura stabile, in grado di garantire visione strategica, supporto tecnico, continuità scientifica. Sarà importante che sia aperta, inclusiva, e in dialogo costante con i territori e con chi lavora ogni giorno su questi luoghi.

Che cosa possono trasmettere oggi le Domus de Janas, a chi le scopre per la prima volta?

Le Domus de Janas raccontano un’idea di Sardegna che viene da lontano. Non sono un mistero esotico, sono una forma di identità scolpita nella pietra. Parlano di comunità, di relazioni con la terra, di spiritualità. Farle conoscere al mondo significa far conoscere una Sardegna che ha molto da dire, anche oggi.

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