
Arrivata a Oristano sei anni fa, Alisa Biancheri si è perfettamente integrata nel tessuto cittadino. Oggi ha 28 anni, lavora come responsabile di back office in uno studio dentistico e nel tempo libero, corre dietro a un pallone. Anzi, a un sogno.
“Dopo il lavoro, indosso scarpini e completino e scendo in campo con l’U.S. Oristanese. Gioco in Serie B e lo sport per me è una vera e propria scappatoia dalla routine quotidiana”, racconta con il sorriso di chi ha scelto di non rinunciare a nulla. Né alla stabilità, né alla passione.
Per Alisa il calcio non è mai stato un passatempo. È un filo rosso che l’ha accompagnata ovunque. “Mia madre dice sempre che ho imparato prima a tirare calci al pallone che a camminare”, ricorda. “Giocavo ovunque: negli oratori, nei cortili, nei parchi. Cambiando spesso città per via del lavoro di mio padre, lo sport era il mio modo per fare amicizia e sentirmi parte di qualcosa”.
Il calcio, però, non è stato sempre accogliente. “A un certo punto alle ragazze non è più concesso giocare con i maschi, e trovare una squadra femminile diventa un’impresa. Se non hai il supporto della tua famiglia o una squadra vicina, rischi di mollare”. Ma Alisa non ha mollato. “Menomale, aggiungerei. Perché così ho scoperto il futsal, che mi ha inaspettatamente rubato il cuore”.
Il futsal, oltre a essere uno sport adrenalinico, è per lei anche una forma di espressione. “Mi aiuta a liberare le emozioni. È tutto spontaneo, tutto vero. Come piace a me”. Tuttavia, anche nel mondo del calcio femminile, le difficoltà non mancano.
“Le prime lezioni che impari non sono sempre belle. Nonnismo tra compagne, sessismo accettato come normale: sembra che se vuoi giocare, devi sopportare tutto questo. E spesso ci viene riconosciuta poca serietà, poca importanza sociale ed economica. È frustrante”.
Alisa non ha dubbi: “C’è un abisso tra calcio maschile e femminile. Sembra quasi che siano due discipline diverse. La differenza la fa la cultura: in Italia lo sport è ancora visto con occhi troppo maschili. In America, invece, anche il basket femminile ha visibilità e supporto. Kobe Bryant, ad esempio, ha allenato la squadra femminile della figlia. In Italia, certe cose ce le sogniamo”.
E aggiunge: “Noi ragazze dobbiamo sempre dimostrare di più. Come se la passione e il talento non bastassero mai. Ma io credo che il talento non abbia genere. E anche se c’è ancora tanto da fare, vedo dei segnali di cambiamento. Questo mi dà speranza”.
Capitana della sua squadra da tre anni, Alisa è cresciuta anche fuori dal campo. “Essere capitano mi ha insegnato a mettere il ‘noi’ prima dell’‘io’. Ascolto molto le mie compagne, cerco di imparare da ognuna di loro. Non mi vedo come un punto di riferimento assoluto, ma spero di aiutare ognuna a diventarlo a modo suo”.
Le sue parole pesano, lasciano il segno. “Sapere che un gesto o una parola possono ispirare qualcuna mi riempie di orgoglio. È una motivazione in più per dare sempre il massimo”.
E il futuro? Alisa lo immagina ancora in campo, ma con un cronometro e una lavagna tattica in mano. “Il mio sogno è allenare. Ho già preso il patentino e lavorato con i bambini, ma vorrei guidare una squadra tutta al femminile. Purtroppo, per noi donne manca la cultura della formazione giovanile: dopo gli esordienti, le ragazze spesso devono fermarsi. È uno spreco di talento”.
Conclude con una visione ambiziosa e concreta: “Sarebbe bellissimo creare un’Academy femminile a Oristano. Unire le forze dell’Oristanese e della Tharros, e dare alle bambine l’opportunità di diventare come i loro idoli. Io sogno questo. E vorrei farne parte”.


