Un italiano a Roma 50 anni dopo Panatta
Le vittorie di Jannik Sinner sono ormai una conferma più che una notizia, ma questa volta il successo ha un sapore speciale: per la prima volta dopo 50 anni dalla vittoria di Adriano Panatta, un italiano torna a trionfare agli Internazionali d’Italia. Il numero uno del mondo ha conquistato il torneo battendo in finale Casper Ruud con il punteggio di 6-4, 6-4 Sinner diventa così il sesto italiano a vincere il torneo romano dopo Emanuele Sertorio (1933), Giovanni Palmieri (1934), Fausto Gardini (1955), Nicola Pietrangeli (1957 e 1961) e Adriano Panatta (1976). Per il campione azzurro, al Centrale del Foro Italico, l’emozione dell’inno nazionale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i complimenti dello stesso Adriano Panatta: “Vedere Jannik vincere al Centrale del Foro Italico ha qualcosa di speciale. Qui ho vissuto un giorno che mi ha cambiato la vita nel ’76, e ritrovare oggi un italiano capace di imporsi con questa personalità e questo gioco mi fa davvero piacere.”
A Cagliari lo spettacolo della Formula 1 del mare
Cagliari vola sull'acqua. Dopo la grande kermesse delle regate preliminari dell'America's Cup, lo specchio d'acqua di Su Siccu regalerà ai cagliaritani e a tutti gli appassionati che si riverseranno sul molo, anche il Gran Premio di F1H2O, la Formula Uno del mare.
Cagliari salvo, merito anche di Fabio Pisacane
Il Cagliari è matematicamente salvo alla penultima giornata di campionato, con sei punti di distacco dalla terzultima in classifica: la Cremonese, vittoriosa nella partita di oggi con un’Udinese decisamente meno bellicosa di quella vista durante e dopo la partita della settimana scorsa all’Unipol domus. E certamente meno di un Torino che questa notte ha venduto cara la pelle ai rossoblù, passando in vantaggio per primo e lottando fino al quinto minuto di recupero. I rossoblù, però, hanno vinto 2-1 con una rete di Esposito e con il raddoppio di Yerri Mina, con tanto di esultanza coreografica. Ha sempre creduto nella salvezza il mister Fabio Pisacane e lo ha ricordato anche oggi nelle interviste post partita. “Sono convinto che il cervello sappia fare dell’inferno un cielo e viceversa”, ha detto. “Abbiamo sempre mantenuto la barra dritta anche nelle difficoltà, non abbiamo mai mollato e abbiamo rischiato qualcosa. Se ce l’abbiamo fatta è grazie al carattere di questi ragazzi e al lavoro condiviso da tutti.” Il mister ha voluto sottolineare anche il coraggio di una squadra ch ha voluto correre dei rischi, passando anche attraverso la tempesta ma rimanendo sempre verticali. “Ci siamo salvati con un mix di giovani e senatori. Avevo detto in tempi non sospetti che la salvezza sarebbe arrivata grazie ai ragazzi. Sono alle prime stagioni in Serie A, leggono tanto, osservano e hanno bisogno di fiducia. Se alzi la loro autostima poi ti danno tantissimo. Abbiamo fatto giocare nove ragazzi nati dal 2005 in avanti, non è roba da poco. La soddisfazione più grande è vedere tanti giovani protagonisti, alcuni cresciuti nel nostro vivaio. È una soddisfazione enorme.” A conti fatti, i meriti di Fabio Piscane non sono pochi per la capacità di tenere sempre la squadra a galla nonostante gli infortuni che hanno privato i rossoblù di cinque, sei, giocatori chiave durante la stagione. Non sono mancati gli errori e i momenti bui, ma ha saputo trasmettere alla squadra un carattere combattivo
“Cagliari bella come un goal di Pavoletti al novantaquattresimo”
Dopo la certezza matematica della salvezza, conquistata con il 2-1 sul Torino, il Cagliari Calcio saluta Leonardo Pavoletti, che oggi conclude la sua esperienza con la maglia rossoblù. Un saluto speciale quello dell’attaccante livornese, circondato dai compagni di squadra e da un intero stadio. “Mi avete visto sempre sorridente, ma stasera non è facile sorridere: anzi, è più facile piangere”, ha detto rivolgendosi alla sua gente, prima di ringraziare la squadra per la vittoria e per il traguardo raggiunto: “Questi ragazzi hanno giocato anche per me”.vArrivato in Sardegna nel 2017, Pavoletti è diventato un simbolo della capacità di rialzarsi dopo le cadute e gli infortuni, con un senso di appartenenza che lo ha reso amatissimo in città. “Da quando mi sono fatto male, ho giocato meno e segnato meno, ma il vostro amore è aumentato anno dopo anno”, ha raccontato il centravanti rossoblù. “Nella vita si scoprono i veri amici nel momento del bisogno: io posso vantarmi di aver avuto una città e una regione intera alle mie spalle”. Indimenticabili le sue rimonte dopo gli infortuni al ginocchio, così come quelle notti in cui, entrando dalla panchina, riusciva a cambiare il destino delle partite nei minuti finali. “Quando mi alzavo dalla panchina, accompagnato dal vostro supporto, sapevo di poter superare i miei limiti”, ha ricordato. “Quei dieci minuti finali diventavano lunghissimi per gli avversari”. E poi la dichiarazione d’amore finale: “Cagliari, sei bella come un gol di Pavoletti al novantaquattresimo”.
DICE MONTALBANO. La storia degli stadi del Cagliari Calcio
C’è un modo particolare per raccontare la storia della Sardegna contemporanea: seguire le tribune, i cori e i campi da gioco che hanno accompagnato il cammino del Cagliari Calcio. Gli stadi rossoblù non sono stati soltanto luoghi sportivi, ma specchi fedeli di un’isola che cambiava volto, cresceva e cercava il proprio posto nel calcio italiano.
La storia degli impianti del Cagliari è fatta di traslochi, sogni e grandi folle. Una vicenda che attraversa quasi un secolo di calcio.
Quando il Cagliari nasce nel 1920, il calcio in Sardegna è ancora una realtà pionieristica. Le prime partite si disputano in terreni adattati alla meglio, spesso sterrati e privi di strutture. Nei primi decenni il club gioca in diversi campi cittadini, tra cui quello di via Pola e il Campo di San Bartolomeo.
Erano impianti essenziali, lontani dagli standard del tempo. Le tribune erano ridotte e il pubblico assisteva alle partite quasi a bordo campo. Ma il seguito cresceva rapidamente e la città iniziava a identificarsi nella propria squadra.
Il primo vero stadio simbolo della storia rossoblù fu l’Amsicora. Inaugurato negli anni Venti e ampliato nel dopoguerra, divenne il cuore sportivo della città. Situato vicino al mare, con il maestrale spesso protagonista delle partite, aveva un fascino unico: pista d’atletica, gradinate vicine al campo e un’atmosfera intensa e familiare.
Fu qui che il Cagliari scrisse le pagine più romantiche della sua storia. Negli anni Sessanta arrivò Gigi Riva e attorno a lui nacque una squadra destinata a cambiare gli equilibri del calcio italiano. L’Amsicora diventò una fortezza e nel campionato 1969-70 il Cagliari conquistò uno storico scudetto: il primo e finora unico titolo vinto da una squadra insulare. Lo stadio però iniziava a mostrare limiti strutturali importanti. Il calcio italiano cresceva rapidamente e serviva un impianto più moderno.
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